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Introduzione
1. Come faccio a capire se sono bersaglio di un tentativo di silencing?
2. Qual è la differenza tra incitamento all'odio e tentativi di silencing?
3. Cosa posso fare se vengo discriminata per le mie opinioni politiche?
7. Che cosa fare se mi sento attaccata per le mie opinioni politiche?
Cosa posso fare se vedo che una persona viene presa di mira per aver parlato apertamente?
Immagina di condividere un post sul tuo profilo social personale riguardo a un’ingiustizia e ritrovarti a dover affrontare insulti, intimidazioni o addirittura minacce. Cosa puoi fare quando alzare la voce ti rende un bersaglio?
In questo articolo, parte del progetto No Hate Embassy (NHE), le nostre Fellow italiane di NHE ti guideranno attraverso nove cose fondamentali da sapere sull’hate speech e sul silencing, e quali azioni pratiche intraprendere se succede a te o a qualcun’altra che conosci.
Per i fini di questo articolo, il termine “attivista” viene utilizzato per indicare chiunque usi la propria voce o piattaforma per parlare di ingiustizie, anche se normalmente non si definirebbe tale. Nella traduzione italiana è stato mantenuto il termine inglese silencing per indicare quelle pressioni più sottili che mirano a zittire le persone, a differenza del termine italiano censura, più restrittivo.
Inoltre, poiché la lingua italiana non consente, al momento, soluzioni pienamente inclusive paragonabili a quelle della lingua inglese, in questa traduzione si è scelto di adottare il femminile sovraesteso come forma politica e linguistica volta a includere soggettività di genere plurale e non dominante.
Ecco nove cose da tenere a mente sui tentativi di silencing e sull’ hate speech:
I tentativi di silencing non arrivano necessariamente dopo grandi allarmi o avvisi ufficiali. Si manifestano in modi più sottili, nascosti da termini come “neutralità”, “civiltà” o addirittura “sicurezza”. Ti può essere capitata una situazione simile se, per esempio, dopo aver espresso opinioni politiche o condiviso una storia di un’ingiustizia subita, hai ricevuto un’ondata di commenti d’odio e minacce. Non si tratta semplicemente di trolling. È una tattica deliberata di intimidazione pensata per spingerti al silenzio.
Un altro metodo comune è il mass reporting: la segnalazione in massa di una tua foto o di un tuo post sui social media, con l’intento di farlo rimuovere. Secondo le logiche degli algoritmi, può anche capitare che il tuo account venga sospeso. Tutto ciò non necessariamente perché hai espresso hate speech, ma perché le tue parole denunciano un sistema di potere ben definito (Foucault 1975).
Potresti essere lentamente ma progressivamente allontanata, esclusa da discussioni, rimossa da progetti e isolata dalle tue pari o da istituzioni, a causa della tua identità o per le tue prese di posizione su questioni politiche di attualità.
In alcuni casi, la pressione è più diretta: una superiore potrebbe ammonirti di evitare “tematiche controverse”, oppure un’istituzione potrebbe chiederti di rimanere in silenzio “per il bene dell’armonia lavorativa.” Potresti sentirti dire che le tue posizioni sono “troppo politiche”, “divisive”, o semplicemente che “non è il momento giusto”. Tutte queste non sono espressioni neutre, ma modi calcolati per reprimere la tua voce a sostegno della causa per la quale ti stai esponendo.
Alla base, i tentativi di silencing non sono indirizzati a proteggere il benessere altrui, ma a mantenere strutture di potere che il tuo agire minaccia e denuncia.
L'incitamento all'odio e i tentativi di silencing sono concetti spesso confusi, ma riflettono due dinamiche di potere opposte. L'incitamento all'odio si riferisce a espressioni che “sostengono, incitano, promuovono o giustificano l'odio, la violenza e la discriminazione” nei confronti di individui o gruppi sulla base di fattori identitari quali etnia, genere o religione (Consiglio d'Europa, 2022). A causa del suo potenziale lesivo nei confronti delle soggettività, l'incitamento all'odio non può essere protetto invocando la libertà d'espressione, che invece è tutelata dal diritto internazionale.
Infatti, l’attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha affermato: “Affrontare l’incitamento all’odio non significa limitare o proibire la libertà di espressione. Significa impedire che l’incitamento all’odio degeneri in qualcosa di più pericoloso” (Nazioni Unite, 2019).
Al contrario, i tentativi di silencing colpiscono spesso colorə che denunciano le ingiustizie, il più delle volte attraverso i social media, screditandolə o escludendolə. Questo silenzio strutturale si manifesta quando testimonianze personali di traumi vengono liquidate come “manipolazione emotiva” o “interesse personale”, invece di essere riconosciute come parte integrante degli sforzi collettivi per la giustizia (Boyce Kay, 2023).
Pertanto, mentre l’incitamento all’odio sostiene e rafforza i sistemi oppressivi, i tentativi di silencing puniscono proprio colorə che li contestano.
gainst injustice— more often than not, on social media platforms— by discrediting or excluding them. This structural silencing can occur when personal testimonies of trauma are dismissed as “emotional manipulation” or “self-interest,” rather than being acknowledged as part of collective justice efforts (Boyce Kay, 2023). Thus, while hate speech upholds oppressive systems, silencing often punishes those challenging them.
Se vieni messa a tacere o esclusa per aver espresso opinioni sulle ingiustizie sociali, è importante che tu comprenda sia i tuoi diritti sia le forze strutturali che stanno dietro ai tentativi di silencing. Come osserva il Consiglio d'Europa, la violenza strutturale si manifesta spesso attraverso sistemi che «schiavizzano, intimidiscono e maltrattano le dissidenti» (Consiglio d'Europa, 2025). Mettere a tacere l’attivismo può essere una forma di tale violenza, soprattutto quando esso sfida le disuguaglianze.
Nei casi che coinvolgono proteste o espressioni pubbliche, è fondamentale conoscere i propri diritti legali.
Bisogna ricordare che essere messe a tacere non è un fallimento. Come afferma l'ONU, “ogni individuo ha il diritto, individualmente e in associazione con altrə, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani” (Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani, art. 1).
Esprimersi è un diritto umano, anche quando le istituzioni cercano di reprimerlo.
In Italia, le tutele legali contro i discorsi d’odio e le aggressioni ideologiche sono generalmente disponibili attraverso il codice penale, come l'Articolo 595 (diffamazione) o l'Articolo 604-bis (propaganda e incitamento all'odio basato su etnia, nazionalità, religione o orientamento sessuale). Tuttavia, questi non fanno riferimento alle esigenze specifiche delle attiviste che subiscono ritorsioni organizzate, sia online che offline, soprattutto quando le ritorsioni sono di natura sessista, razzista o politicamente motivate. Attualmente non esiste alcun organismo istituzionale specificamente dedicato al sostegno delle attiviste vittime di incitamento all'odio o attacchi alla propria reputazione.
Se prendiamo in considerazione gli attacchi politicamente motivati nell'ambiente lavorativo, le cose si fanno ancora più complesse. Infatti, quando una lavoratrice subisce ritorsioni a causa delle proprie convinzioni personali, i meccanismi di sostegno legale sono scarsi. Ad esempio, alcune provano a rivolgersi al dipartimento interno delle risorse umane, ma questi canali sono spesso riluttanti o incapaci di affrontare ripercussioni che abbiano matrice politica o legata all'identità, soprattutto quando gli atteggiamenti discriminatori provengono da figure autoritarie all'interno del luogo di lavoro, poiché affrontarle potrebbe mettere a rischio la posizione delle stesse dipendenti delle risorse umane. Le alternative possono includere canali esterni, come ad esempio i sindacati o i tribunali del lavoro; tuttavia, in entrambi i casi, può essere necessario molto tempo perché tali organismi riconoscano il problema e agiscano di conseguenza. Inoltre, questi processi richiedono spesso risorse finanziarie e di tempo significative, per non parlare del peso emotivo che grava su coloro che decidono di denunciare le responsabili.
Il sostegno può però provenire da altre fonti, ad esempio da alcune organizzazioni indipendenti e ONG come Amnesty Italia o la Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d'Odio, oppure da collettivi legali indipendenti che offrono assistenza gratuita per chi è soggetta a questo tipo di aggressione o discriminazione. E se è vero che esiste un Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale (UNAR) all'interno del Ministero delle Pari Opportunità italiano, è anche vero che, nel caso in cui l'incitamento all'odio esuli dal discorso razziale, questa istituzione potrebbe non essere in grado di fornire un sostegno adeguato.
Studi a livello europeo hanno evidenziato problemi simili su una scala maggiore: le protezioni contro l'incitamento all'odio tendono ad essere limitate a motivi tradizionali specifici (es. etnia, nazionalità, religione), mentre il genere, l'opinione politica o l'attivismo raramente ricevono un'adeguata copertura legale. Inoltre, una proposta della Commissione sostenuta dal Parlamento europeo (2021) volta ad ampliare l'elenco dei reati dell'UE di cui all'articolo 83, paragrafo 1 (TFUE) per includere tutte le forme di incitamento all'odio e di crimini d'odio, comprese le aggressioni contro le ideologie politiche personali o basate sul genere, rimane in sospeso, bloccata dall’assenza di unanimità tra gli Stati membri.
Tornando al contesto italiano, ciò che manca davvero è un'istituzione di difesa legale finanziata con fondi pubblici che sostenga le attiviste o le lavoratrici che subiscono ritorsioni legate alle proprie idee, ma anche uffici dedicati all'interno delle aziende per monitorare le campagne di odio e leggi che perseguano le violenze di genere o motivate politicamente. Ma, soprattutto, all'Italia manca un riconoscimento definito e universalmente condiviso dell'incitamento all'odio come strumento per mettere a tacere e sabotare sia la vita personale che la carriera dei soggetti che fanno attivismo.
In breve, sebbene esistano leggi contro l'odio, queste non vengono applicate o strutturate in modo da proteggere veramente le voci delle attiviste, in particolare quelle delle comunità più marginalizzate. Ciò riflette una problematica europea più ampia, in cui l'inadeguatezza dei quadri giuridici e la mancanza di applicazione di leggi specifiche lasciano molte senza una significativa protezione.
In primo luogo, le istituzioni esistenti dovrebbero ampliare il loro quadro giuridico al fine di includere nella definizione di incitamento all'odio le forme di discorso che fanno riferimento al genere, alle forme di attivismo personale e alle convinzioni politiche. Un inizio potrebbe essere riconoscere le ritorsioni legate ad esperienze di attivismo personale come una forma distinta di discriminazione o repressione, anche se richiederebbe necessariamente la creazione di istituzioni specifiche di protezione legali e di un organismo nazionale incaricato di proteggere le persone che fanno attivismo da questo tipo di aggressioni, sia online che offline, con un approccio intersezionale, ovvero riconoscendo gli effetti combinati di matrice razzista, sessista, omofobica, ecc.
Inoltre, come già accennato, sarebbe utile un’istituzione di difesa legale finanziata con fondi pubblici o un fondo legale di solidarietà per coloro che subiscono minacce; in alternativa, il governo e le istituzioni potrebbero promuovere partnership tra ONG, avvocate e sindacati al fine di creare reti di assistenza legale universalmente accessibili. Un altro miglioramento potrebbe riguardare delle riforme obbligatorie all'interno dei dipartimenti delle risorse umane, che assumerebbero la responsabilità del monitoraggio e della denuncia delle forme di aggressione basate sull’ideologia politica e sull'identità.
Per quanto riguarda gli ambienti non lavorativi, le campagne pubbliche e i programmi educativi possono rappresentare uno strumento preventivo per contenere gli episodi di silencing attraverso discorsi di incitamento all'odio.
Purtroppo, mettere a tacere attiviste, lavoratrici o personaggi pubblici rappresenta una forma di violenza politica che serve gli interessi governativi, ed è per questo che tutto il discorso di responsabilizzazione delle istituzioni suona come utopistico. Se si deve affrontare la realtà per quello che è, il sostegno reciproco e comunitario attraverso gruppi e organizzazioni informali è, almeno per ora, l'unico modo per superare la lotta contro i tentativi di silencing per le proprie convinzioni personali.
In Italia, i tuoi diritti digitali come studentessa, stagista o lavoratorə sono tutelati dalle leggi nazionali e dalle normative europee. Ecco i più importanti:
1) Libertà di espressione
L’articolo 21 della Costituzione italiana garantisce il diritto alla libertà di espressione, anche online. Tuttavia, le istituzioni (università, aziende) possono imporre restrizioni se i contenuti sono ritenuti offensivi, discriminatori o dannosi per l’immagine; ciò deve avvenire secondo le procedure legali previste, tramite:
• Codici di condotta (nelle università o nei luoghi di lavoro)
• Leggi contro l’incitamento all’odio
• Clausole di riservatezza o fedeltà (soprattutto per le dipendenti)
2) Diritto alla privacy digitale
Ai sensi del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’UE, la tua datrice di lavoro o la tua università non possono accedere ai tuoi account personali o monitorare le tue attività digitali private senza il tuo consenso o una giustificazione legale. Hai il diritto di sapere quali dati vengono raccolti su di te e di richiederne la correzione o la cancellazione.
3) Protezione contro la discriminazione
Il diritto del lavoro italiano tutela le soggettività dalla discriminazione basata su opinioni politiche, etnia, genere o attivismo. Se sei soggetta a provvedimenti disciplinari a causa dei tuoi commenti online, hai diritto a una procedura trasparente: devi essere informata, poter difenderti e contestare la decisione.
4) Protezione per le informatrici
Il decreto legislativo 24/2023 tutela le informatrici sia nel settore pubblico che in quello privato. Se denunci comportamenti scorretti o sollevi questioni etiche, la tua identità e i tuoi diritti devono essere protetti.
5) Diritto di protesta e di organizzazione
Le studentesse e le dipendenti hanno il diritto di protestare pacificamente e di organizzarsi per difendere i propri diritti, anche attraverso campagne online o dichiarazioni pubbliche.
Prima di tutto, è importante riconoscere la validità delle proprie emozioni. Provare rabbia, delusione, tristezza e solitudine è legittimo e comprensibile. Nello specifico, per superare il senso di solitudine derivante da un episodio di silencing, potresti cercare conforto e sostegno nella tua cerchia di persone più vicine. Chiediti: c’è qualcunə tra le mie amicə o familiari che potrebbe ascoltarmi senza giudicarmi?
In secondo luogo, proprio perché stiamo parlando di un’esperienza potenzialmente dolorosa che potrebbe scatenare reazioni emotive legate ad altre questioni, è importante ricordare che la terapia è sempre un’opzione.
Esistono diversi tipi di terapia e diversi approcci tra cui scegliere, a seconda delle tue esigenze e delle motivazioni che ti spingono ad avviare questo percorso terapeutico.
Per quanto un percorso terapeutico si inserisca in toto nel nostro tipo di società e quindi resti una risposta individuale ai problemi, è importante ricordare che un tentativo di silencing si verifica quando chi in una posizione di potere rispetto a te, si sente minacciatə. È attraverso l’organizzazione orizzontale e l’incontro con altrə singolə che puoi costituire una risposta non solo valida contro il senso di isolamento, ma anche una modalità di attivazione collettiva contro la struttura stessa.
Se assisti a qualcuna che viene subisce un tentativo di silencing, mostra solidarietà – in forma privata o pubblica – se ti senti al sicuro e a tuo agio nel farlo. Falle sapere che non è sola. Incoraggiala a documentare in modo dettagliato l’accaduto, soprattutto se si tratta di minacce, discriminazioni o diffamazione. In Italia, questo può essere utile per eventuali azioni legali in base alle tutele garantite dalla Costituzione.
Se possibile, aiutala a trovare supporto legale: può trattarsi della Polizia Postale (se il fatto è avvenuto online) o di enti come l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), per episodi di odio o discriminazione a sfondo razziale.
La solidarietà e il supporto nell’accesso ai propri diritti sono atti fondamentali di resistenza contro i tentativi di reprimere la libertà di espressione.
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